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IL TESTO E IL PROBLEMA
La Divina Commedia
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UNITÀ C
La letteratura religiosa
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UNITÀ E
Il Dolce Stil Novo
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UNITÀ F
La poesia comico-realistica
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ANTONINO SCIOTTO
Ideologie e metodi storici

Queste parole sono state pronunciate da Piero Calamandrei in un discorso del 1950. Le riproponiamo a insegnanti e studenti per la loro impressionante attualità.
Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito.
Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.
Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950
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Dante Alighieri |
Divina Commedia |
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Paradiso, Vi, 1-12; Purgatorio, VI, 58-117; Purgatorio, XVI, 85-114; Paradiso, XXX, 124-148 |
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La decadenza dell'Impero |
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Stampa - Indice biblioteca online
[Paradiso, canto VI, vv. 1-12] Il canto VI del Paradiso (ambientato nel cielo di Mercurio, tra gli spiriti che operarono il bene per desiderio di gloria) è interamente occupato dalle parole di Giustiniano, imperatore di Bisanzio dal 527 al 565 e artefice di una codificazione del diritto romano ancor oggi considerata fondamentale per la civiltà giuridica europea. All’inizio del canto, per presentare la propria figura, Giustiniano esprime un giudizio negativo sull’operato politico di Costantino. «Poscia che Costantin l’aquila volse contr’al corso del ciel, ch’ella seguio dietro a l’antico che Lavina tolse, 3 cento e cent’anni e più l’uccel di Dio ne lo stremo d’Europa si ritenne, vicino a’ monti de’ quai prima uscìo1; 6 e sotto l’ombra de le sacre penne governò ’l mondo lì di mano in mano, e, sì cangiando, in su la mia pervenne2. 9 Cesare fui e son Iustiniano, che, per voler del primo amor ch’i’ sento, d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano3». 12 [Purgatorio, canto VI, vv. 58-117] Tutti i sesti canti della Commedia ruotano intorno a una tematica politica. Nell’Inferno il tema centrale è Firenze, nel Paradiso è l’Impero. Nel Purgatorio invece l’attenzione è concentrata sulla situazione dell’Italia, che può essere illustrata solo se si fa anche riferimento alla crisi dell’Impero e alla degenerazione della Chiesa. Dante e Virgilio, che stanno cercando la strada più agevole per iniziare la salita sulla montagna, incontrano il trovatore Sordello da Goito. Appena costui comprende di aver davanti un suo concittadino (egli è infatti mantovano come Virgilio), gli manifesta il proprio affetto con un gesto che commuove Dante. Il poeta riflette amaramente sul contrasto tra l’amore di patria manifestato da Sordello e la condizione dell’Italia lacerata da lotte tra città e tra fazioni: una decadenza che Dante attribuisce in primo luogo al disinteresse dell’imperatore Alberto per quella che dovrebbe essere la sede naturale del suo potere («’l giardin de lo ’mperio»). Ma vedi là un’anima che, posta sola soletta, inverso noi riguarda: quella ne ’nsegnerà la via più tosta»4. 60 Venimmo a lei: o anima lombarda, come ti stavi altera e disdegnosa e nel mover de li occhi onesta e tarda5! 63 Ella non ci dicea alcuna cosa, ma lasciavane gir, solo sguardando a guisa di leon quando si posa6. 66 Pur Virgilio si trasse a lei, pregando che ne mostrasse la miglior salita; e quella non rispuose al suo dimando, 69 ma di nostro paese e de la vita ci ’nchiese 7; e ’l dolce duca incominciava «Mantua...», e l’ombra, tutta in sé romita, 72 surse ver’ lui del loco ove pria stava, dicendo: «O Mantoano, io son Sordello de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava8. 75 Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello9! 78 Quell’anima gentil fu così presta, sol per lo dolce suon de la sua terra, di fare al cittadin suo quivi festa; 81 e ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode di quei ch’un muro e una fossa serra10. 84 Cerca, misera, intorno da le prode le tue marine, e poi ti guarda in seno, s’alcuna parte in te di pace gode11. 87 Che val perché ti racconciasse il freno Iustiniano, se la sella è vota? Sanz’esso fora la vergogna meno12. 90 Ahi gente che dovresti esser devota, e lasciar seder Cesare in la sella, se bene intendi ciò che Dio ti nota, 93 guarda come esta fiera è fatta fella per non esser corretta da li sproni, poi che ponesti mano a la predella13. 96 O Alberto tedesco ch’abbandoni costei ch’è fatta indomita e selvaggia, e dovresti inforcar li suoi arcioni, 99 giusto giudicio da le stelle caggia sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto, tal che ’l tuo successor temenza n’aggia14! 102 Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto, per cupidigia di costà distretti, che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto15. 105 Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: color già tristi, e questi con sospetti16! 108 Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; e vedrai Santafior com’è oscura17! 111 Vieni a veder la tua Roma che piagne vedova e sola, e dì e notte chiama: «Cesare mio, perché non m’accompagne?18». 114 Vieni a veder la gente quanto s’ama! e se nulla di noi pietà ti move, a vergognar ti vien de la tua fama19. 117 [Purgatorio, canto XVI, vv. 85-114] Nel canto XVI del Purgatorio, nel girone degli iracondi, Dante incontra Marco Lombardo, un personaggio per noi difficile da identificare con esattezza, ma che comunque si caratterizza come «portavoce della dottrina etico-politica e dei sentimenti polemici dello scrittore» (Sapegno). Il discorso di Marco ricalca per molti versi l’argomentazione del De Monarchia circa le finalità per cui è stato istituito il potere temporale [G35]: esso parte dalla dottrina dell’anima e del libero arbitrio per soffermarsi sulle cause per cui l’uomo cade spesso nel peccato. È proprio dall’incapacità umana di discernere autonomamente il vero bene che deriva la necessità di una convivenza civile regolata da leggi. Il governo di essa va demandato al potere imperiale, che deve essere del tutto indipendente da quello del papa. Anzi, è proprio la confusione tra la sfera temporale e quella spirituale la causa principale della decadenza dell’umanità. Il discorso di Marco si conclude enunciando la dottrina dei due soli, con la quale Dante replica alle tesi dei decretalisti (secondo i quali il potere temporale, assimilato alla luna, era semplicemente un riflesso di quello spirituale, rappresentato dal sole). Esce di mano a lui che la vagheggia prima che sia, a guisa di fanciulla che piangendo e ridendo pargoleggia, 87 l’anima semplicetta che sa nulla, salvo che, mossa da lieto fattore, volontier torna a ciò che la trastulla20. 90 Di picciol bene in pria sente sapore; quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, se guida o fren non torce suo amore21. 93 Onde convenne legge per fren porre; convenne rege aver che discernesse de la vera cittade almen la torre22. 96 Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? Nullo, però che ’l pastor che procede, rugumar può, ma non ha l’unghie fesse23; 99 per che la gente, che sua guida vede pur a quel ben fedire ond’ella è ghiotta, di quel si pasce, e più oltre non chiede24. 102 Ben puoi veder che la mala condotta è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, e non natura che ’n voi sia corrotta25. 105 Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, due soli aver, che l’una e l’altra strada facean vedere, e del mondo e di Deo26. 108 L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada col pasturale, e l’un con l’altro insieme per viva forza mal convien che vada27; 111 però che, giunti, l’un l’altro non teme: se non mi credi, pon mente a la spiga, ch’ogn’erba si conosce per lo seme28. 114 [Paradiso, canto XXX, vv. 124-148] Nel canto XXX del Paradiso Dante si trova nell’Empireo, cielo immateriale che costituisce la vera e definitiva sede dei beati. Qui Beatrice gli indica il seggio riservato ad Arrigo VII, imperatore che meriterà questo premio per il suo tentativo – seppur destinato a fallire – di restaurare il proprio potere in Italia. L’insuccesso dell’opera di Arrigo è attribuito al papa simoniaco Clemente V, di cui Beatrice ribadisce la condanna con puntuali riferimenti al canto XIX dell’Inferno (ricordando anche che la stessa dannazione toccherà a Bonifacio VIII [DIV9a]). E sono queste le ultime parole pronunciate da Beatrice nel Paradiso. Nel giallo de la rosa sempiterna, che si digrada e dilata e redole odor di lode al sol che sempre verna, 126 qual è colui che tace e dicer vole, mi trasse Beatrice, e disse: «Mira quanto è ’l convento de le bianche stole29! 129 Vedi nostra città quant’ella gira; vedi li nostri scanni sì ripieni, che poca gente più ci si disira30. 132 E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni per la corona che già v’è sù posta, prima che tu a queste nozze ceni, 135 sederà l’alma, che fia giù agosta, de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia verrà in prima ch’ella sia disposta31. 138 La cieca cupidigia che v’ammalia simili fatti v’ha al fantolino che muor per fame e caccia via la balia32. 141 E fia prefetto nel foro divino allora tal, che palese e coverto non anderà con lui per un cammino33. 144 Ma poco poi sarà da Dio sofferto nel santo officio; ch’el sarà detruso là dove Simon mago è per suo merto, 147 e farà quel d’Alagna intrar più giuso34».
IL TESTO Nei brani che abbiamo letto si ripercorrono le linee fondamentali della storia dell’Impero e se ne denuncia la decadenza, attribuendola principalmente al crescente potere temporale della Chiesa. Riassumiamo le tappe più importanti di questa storia, seguendole in ordine cronologico (e a prescindere dall’ordine in cui i brani sono presentati nel poema). Paradiso, VI: all’origine della decadenza La decadenza dell’Impero – come già detto nel canto XIX dell’Inferno [DIV9b] – ha origine dalla donazione di Costantino. Si credeva nel Medioevo che quest’imperatore, per ringraziare papa Silvestro che l’aveva guarito dalla lebbra, gli avesse donato parte dei possedimenti territoriali dell’Impero, menomando così l’autorità di questa istituzione e ponendo le basi per il potere temporale della Chiesa. Solo nel XV secolo l’umanista Lorenzo Valla avrebbe dimostrato la falsità del documento attribuito a Costantino. Dante parla ancora della donazione come di un fatto storicamente vero e, oltretutto, non mette in discussione le buone intenzioni di Costantino; tant’è vero che quest’imperatore figura in Paradiso tra gli spiriti giusti (canto XX). Tuttavia il poeta vede in quest’atto ingenuamente compiuto – che peraltro considera illegittimo e dunque nullo [G34] – la negazione del disegno divino che aveva fatto grande l’Impero romano. Lo si può comprendere facilmente già dalla vicenda dell’aquila con cui si apre il VI canto del Paradiso: era provvidenziale il viaggio da oriente a occidente compiuto da Enea, che avrebbe portato l’Impero a insediarsi a Roma; viceversa il percorso voluto da Costantino, che spostò la sede imperiale a Bisanzio, fu un’illecita inversione del «corso del ciel»: espressione che non va intesa solo in senso letterale (l’aquila imperiale si muove infatti, nel percorso Roma-Bisanzio, da occidente a oriente) ma anche in senso allegorico. A biasimare quest’atto così gravido di conseguenze è il più grande legislatore di epoca romana, Giustiniano: l’unico personaggio del Paradiso le cui parole occupino per intero un canto. Dante coglie in pieno i meriti storici di quest’imperatore (ancor oggi il diritto civile si fonda sugli istituti che egli raccolse e armonizzò nel Corpus iuris civilis). Ma per il poeta l’impero romano è assai più che un glorioso capitolo di storia antica. Il potere universale rappresentato dall’aquila si trasmette infatti «di mano in mano» non solo nel mondo antico, ma fino agli imperatori medievali: Dante accoglie qui la dottrina della translatio imperii, che vedeva in Carlo Magno e nei suoi discendenti i legittimi eredi di Augusto e Giustiniano. Alla translatio imperii il poeta dedica in questo canto appena una terzina, che è però molto significativa. Egli non fa alcun accenno al fatto che Carlo Magno abbia ricevuto dal papa, nella notte di Natale dell’anno 800, la corona imperiale. Fa invece risalire la sua dignità imperiale all’anno 773, quando egli scese in Italia per difendere la Chiesa dai Longobardi: E quando il dente longobardo morse la Santa Chiesa, sotto le sue ali Carlo Magno, vincendo, la soccorse35 (Paradiso, VI, vv. 94-96). L’imperatore fu dunque legittimo portatore dell’aquila (proprio a lei appartengono le «ali» del v. 95), a prescindere dalla consacrazione pontificia. Dante ribadisce così implicitamente le posizioni, già espresse nel De Monarchia, circa la provenienza diretta da Dio della dignità imperiale. Il che comporta l’infondatezza di ogni pretesa di subordinare l’imperatore al papa. Purgatorio, VI: la situazione dell’Italia e le colpe dell’imperatore Il canto VI del Paradiso, pur soffermandosi sulle lotte tra guelfi e ghibellini, non entra nel merito della crisi che l’istituto imperiale attraversò tra XIII e XIV secolo. Federico II di Svevia era stato l’ultimo tra i portatori dell’aquila a stabilire la propria sede in territorio italiano. Con l’estinzione della casata degli Hoenstaufen si aprì un periodo di lotte di fazione, che determinò una lunga vacanza della sede imperiale. La situazione parve normalizzarsi solo nel 1273, quando sette principi elettori conferirono la somma autorità a Rodolfo d’Asburgo. Quest’ultimo però rinunciò a scendere in Italia per farsi incoronare, meritandosi l’accusa, da parte di Dante, di aver agito solo in nome dei propri interessi sul suolo tedesco. La situazione non cambiò quando, dopo un periodo in cui il trono fu retto da Adolfo di Nassau (1291-1298), portatore dell’aquila diviene Alberto I (eletto re di Germania nel 1298, e insignito della dignità imperiale nel 1303). Proprio Alberto diviene, nel canto politico del Purgatorio, uno dei principali obiettivi polemici di Dante. Non deve sorprendere l’importanza che assume il tema dell’Impero in un canto incentrato sulla situazione italiana. Dante, considerando Roma come sede naturale della massima istituzione politica, non può scinderne in alcun modo i destini da quelli dei legittimi successori di Augusto. Ad Alberto il poeta si rivolge con un’apostrofe che dimostra bene la conoscenza delle vicende successive al 1300: Dante, nel rivolgere la sua maledizione contro il cattivo principe d’Asburgo, tiene ancora viva la speranza che il suo successore possa agire diversamente e ottenere un successo. Non si erano ancora consumati, al momento della stesura di questo canto, gli eventi degli anni 1310-1313, che avrebbero dimostrato l’illusorietà delle speranze che il poeta riponeva in Arrigo VII, il principe che avrebbe tentato, per l’ultima volta, la sacrosanta restaurazione del potere imperiale. Purgatorio, XVI: le colpe della Chiesa e la teoria dei due soli La crisi dell’Impero, nella visione dantesca, non può essere esaminata senza far riferimento alla degenerazione del papato. E infatti Dante, nel VI canto del Purgatorio, si rivolge anche alla Chiesa, dimentica del precetto evangelico che impone di dare a Cesare quel che è di Cesare, e la raffigura nell’atto di trascinare per le briglie, procedendo a piedi, una cavalla dalla sella vuota (v. 91-96). Ma è il canto XVI del Purgatorio quello in cui la questione del rapporto tra i poteri universali viene affrontata, per bocca di Marco Lombardo, con il massimo impegno teorico. Il canto riprende da vicino l’argomentazione del De Monarchia. A conclusione di quel trattato, Dante aveva delineato con la massima chiarezza compiti e limiti dei due distinti poteri: quello temporale dell’Impero, che deve assicurare all’uomo la pace ela felicità di questa vita; e quello spirituale del Papato, che deve invece procurargli la vita eterna [G35]. Il concetto è già ribadito, nel canto XVII, quando Marco parla di «guida» e di «fren» (v. 93), ed è esplicitamente difeso, nei vv. 106-114, contro le dottrine della pubblicistica filopapale, che pretendeva invece di subordinare l’imperatore al pontefice. Queste tesi furono riassunte nel 1302 nella bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII; ma erano già diffuse prima e si esprimevano ad esempio nella teoria del sole e della luna, secondo cui il potere ecclesiastico andava assimilato all’astro di maggior splendore, con conseguente perdita di prestigio della dignità imperiale. A questa insidiosa metafora Dante ne contrappone una assai ardita: egli sostiene che Impero e Papato sono due soli, dei quali uno rischiara la strada del mondo e l’altro quella di Dio. Il Papato ha però spento l’Impero, realizzando una confusione tra spada e pastorale che impedisce tra l’altro il bilanciamento reciproco tra i due istituti («l’un l’altro non teme»). Lo scandaloso esempio della curia romana – che, non avendo «l’unghie fesse», manca della capacità pratica di discernimento tra il bene e il male – corrompe poi l’intera cristianità, che si volge a quegli stessi beni materiali di cui per primo il papa si dimostra ghiotto. Paradiso, XXX: Arrigo VII dopo il fallimento È in questo quadro che Dante affida le residue possibilità di salvezza ad Arrigo VII (uno dei tanti personaggi, per inciso, per i quali è stata proposta l’identificazione con il Veltro). Ma se ancora nel Purgatorio la sua impresa appare possibile, nel Paradiso (canto XXX, certamente composto dopo la morte di Arrigo) se ne deve ormai constatare l’esito negativo. Tuttavia il generoso imperatore merita un seggio tra i beati, contraddistinto dalle insegne dell’Impero. Beatrice, nel mostrare a Dante questo seggio, si fa essa stessa portavoce delle convinzioni etico-politiche del poeta. La santa donna ribadisce infatti la stoltezza dell’umanità, che rifiutando l’Impero si comporta come un lattante affamato che scacci sua la nutrice; e ribadisce la condanna contro i pontefici romani, Clemente V e Bonifacio VIII. IL PROBLEMA Dante progressista o conservatore? Un falso problema Si potrebbe giudicare anacronistica la battaglia di Dante in favore dell’Impero e si potrebbe accusare il poeta – alla luce degli sviluppi successivi della storia europea in campo politico ed economico – di non aver compreso la direzione che avrebbe preso la realtà del suo tempo. L’Europa degli Stati nazionali e l’espansione della borghesia mercantile avrebbero dimostrato infatti l’inattualità del suo progetto di restaurazione della monarchia universale. Ciò non autorizza però ad applicare a Dante schematiche definizioni desunte dai nostri tempi e a bollarlo, ad esempio, come un reazionario incapace di comprendere il proprio tempo. Possono esserci nella sua opera spunti conservatori e perfino “reazionari” (come appunto la fedeltà all’Impero, o più ancora la nostalgia per una Firenze patriarcale e non toccata dall’immigrazione, che si esprime nel XV canto del Paradiso); così come possono essercene altri decisamente “progressivi” (la rigorosa divisione tra Stato e Chiesa, o il concetto – a suo modo, quasi un’anticipazione di Montesquieu – per cui un sistema politico si garantisce non solo con l’indipendenza dei poteri, ma con il loro reciproco bilanciamento). Ma etichettare Dante con le categorie politiche dell’oggi non ci aiuterebbe a capire meglio la sua opera, né a cogliere ciò che del suo messaggio può considerarsi attuale. Si tratterebbe solo di esercizio sterile e, questo sì, veramente anacronistico. Dante utopista Più corretto ci appare leggere Dante come un grande utopista. «Per Dante – osserva giustamente Aurelio Roncaglia – la politica non è arte del possibile, ma attuazione d’un assoluto; ansia d’assoluto è la sua ansia di rinnovamento». Quest’assoluto diventa per lui il metro di giudizio – giudizio in primo luogo etico e religioso – sul reale; e se a volte il suo pensiero politico può prendere la forma di una nostalgia per il passato, va riconosciuto che il ritorno al tempo andato «non è proposto in funzione di un interesse di classe o di gruppo», ma si configura come «la restaurazione di valori che Dante ritiene universali ed eterni» (Mineo)1. Questi valori, inoltre, contengono «una carica umana, una perennità di lezione e suggestione, che i lettori di epoche segnate dall’instabilità e dall’insoddisfazione e dall’insicurezza hanno variamente recepita». E si tratta di valori «quasi tutti oggi riattualizzati da un’esperienza dolorosa di assurdi sterminii e di smisurati egoismi: la pacifica e amorosa convivenza umana, la felicità di un’esistenza libera dall’ansia del successo ed equilibrata dalla ragione, la gioia del conoscere, la nobiltà di una vita sulla terra libera per le scelte decisive, la sicurezza di una giustizia infallibile, giusta anche nella misericordia». Utopia e denuncia Non intendiamo, con questo, affermare che la Commedia vada letta privandola della sua concreta dimensione storica. Al contrario, tale dimensione andrà riscoperta a un livello più profondo, e senza mai sovrapporle le categorie del nostro tempo. E in verità, più che essere celebrazione nostalgica di valori del passato, la Commedia è a nostro avviso rappresentazione impietosa e possente di un mondo reale e – per il poeta – assolutamente presente; un mondo da cui i valori sono stati esiliati, come Dante può scorgere meglio di altri dalla sua prospettiva di esule. Può essere legittimo, senza dubbio, affermare che Dante non coglie gli aspetti progressivi del nascente universo borghese, e rimane legato a un cristianesimo di ispirazione francescana per cui la povertà è appunto un valore e non un problema sociale [DIV10]; è però altrettanto vero che la sua critica del mondo in cui ha vissuto – critica della nascente economia borghese, già capace di trasformare in merce ogni cosa, Gesù Cristo compreso; di una religione ridotta a rituale di comodo o a strumento di potere; di una politica mondiale che ha smarrito la sua capacità di guardare ai problemi con un’ottica universale che assicuri la pace; di una politica italiana in cui le leggi esistono ma non si applicano, in cui i particolarismi locali hanno fatto della penisola un «bordello» – tocca sempre concretissimi problemi storici. Problemi che erano assolutamente reali al suo tempo, e che in buona parte sembrano esserlo ancor oggi. Un’utopia concreta La battaglia etico-politica di Dante, comunque si vogliano giudicare i suoi contenuti, ha infine il pregio di non far mai del proprio utopismo un alibi di fronte ai mali del mondo. La certezza di un aldilà di giustizia non sottrae infatti il poeta, neanche per un istante, all’obbligo morale di battersi perché la giustizia trionfi anche nella vita terrena. Se così non fosse, l’elemento polemico e politico, nella Commedia, non resterebbe tanto vivo anche alle più vertiginose altezze del Paradiso. Perfino san Pietro, quando deve bollare la degenerazione dei papi che gli sono succeduti, si concede, in nome della sua santa indignazione, inaudite escursioni verso un linguaggio basso e realistico [DIV9a]. E Beatrice, l’angelica donna amata nella Vita nuova e che in Paradiso siede accanto alla contemplativa Rachele [DIV9a], sfrutterà le ultime le parole di questo canto – che sono anche, va sottolineato, le ultime in assoluto da lei pronunciate in Paradiso – per mandare «letteralmente al diavolo» (Sermonti) due papi simoniaci. Alle porte di una straordinaria esperienza mistica [DIV14b], Dante avverte dunque, con immutata forza, l’esigenza di combattere la sua battaglia di uomo vivo; sente ancora il dovere di adoperare tutte le sue armi – che sono quelle della parola e dell’intelligenza – per assicurare all’umanità una felicità terrena fondata su valori universali. Qui il poeta ci rivela la forza del suo «umanesimo cristiano», ossia l’«ottimismo della sua visione dell’uomo e delle sue capacità naturali, non distrutte dal peccato originale né vanificate dalla grazia»2. Ed è una forza che continua a parlare, attraverso il corso dei secoli, perfino a uomini lontani dall’orizzonte di certezze del Medioevo.
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